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MADRE TERESA DI CALCUTTA
A tredici anni dal suo passaggio all'eternità

Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale”.
La morte è una sorella. La morte conduce nel regno di Dio. La morte, come dice un detto ebraico, fa “scivolare in Dio”.
Tredici anni fa, il 5 Settembre 1997, Madre Teresa scivolava in Dio. A 87 anni il suo cuore cessava di battere. Non eravamo tristi allora, non lo siamo neppure oggi.
San Francesco, morente, mandò un frate al convento delle suore a San Damiano: “Dirai a nostra sorella Chiara che le proibisco di lasciarsi andare alla tristezza”. Per questo, sia ieri che oggi, noi non cantiamo “Requiem” per Madre Teresa di Calcutta. Cantiamo, invece, “Magnificat”, perché sulla terra abbiamo visto le meraviglie di Dio apparse in una donna. Abbiamo visto una donna inebriata di Dio, una donna che ha voluto dare felicità a Dio.
Vorrei che tu, Dio, fossi felice”: è l’inaudita preghiera nata da un’anima mistica. Come si fa a desiderare che Dio sia felice, se egli è la felicità suprema, se è lui che, alla fine, donerà la grande perpetua felicità?
Eppure, questa donna ha visto che Dio è infelice, che Cristo è infelice quando l’uomo è infelice, quando il dolore, la guerra, l’odio, la tortura scavano solchi dentro la carne e dentro lo spirito di un uomo. Inebriata di Dio, questa donna ha visto l’immedesimazione di Dio con il dolore dell’uomo, ha visto Gesù ricrocifisso continuamente nelle ferite del povero, nelle piaghe dell’ammalato, nel pianto del derelitto, nelle grandi tristezze della terra. Madre Teresa ha visto questa infelicità di Dio.
E, allora, ha voluto che Dio fosse felice.
Perché è possibile rendere felice Dio, quando si scorge il suo volto in una creatura e se ne ha premura. Quando si sente il suo tocco nella carne e nello spirito e se ne ha trepidazione.
Per tutta la sua lunga vita l’umanità di Madre Teresa ci ha comunicato il cristianesimo come “fatto”, come esperienza; ben altra cosa che una serie di “istruzioni per l’uso” o di un discorso corretto e pulito. È un “fatto”, la Chiesa, un’esperienza umana così affascinante che ti cattura. Questa è la sua bellezza.
Dov’è la “stranezza” della nostra fede che tanti non si spiegano, rimanendone stupiti? Dove sta l’origine dell’attrattiva di Madre Teresa, del suo carisma? In una bellezza incontrata e comunicata. Contro un cristianesimo come bellezza non potrà mai nulla la cultura dominante, il potere. Ce la potrebbe fare contro una fede ridotta ad etica, a valori comuni. Contro l’avvenimento di una bellezza presente, no!
E Madre Teresa di Calcutta è stata quell’icona carismatica della carità, di una volontaria buona samaritana, nella silenziosa missione della quale possiamo leggerne e rileggerne innumerevoli altre, nonché comprenderne a fondo il senso e la dignità. E ammirarne, magari, sospesi fra consolazione e commozione, la paradossale, struggente bellezza.
Noi lo sappiamo, noi abbiamo constatato che essa ha fatto questo.
E, a tredici anni di distanza, vogliamo ancora ricordare il suo camminare, straordinariamente lungo e lungamente straordinario; quella sua voce, roca e leggera come l’eco del mare in una conchiglia. La sua lezione, per chi ha voluto e saputo ascoltarla, è incisa in noi. Ma tanto l’abbiamo amata, quella lezione, tanto amabile è stata la maestra, che vogliamo ascoltarla e ritrovarla ancora, come accade per una musica struggente, per la voce di chi è partito, per le tracce di un panorama imperdibile.
Noi, uomini miseri, noi, anime di peccato, noi diamo testimonianza a Dio e al mondo che ella ha fatto questo. Ecco perché né ieri né oggi né mai non cantiamo “Requiem”. Noi cantiamo “Magnificat”. Noi sappiamo che ella è “scivolata” in Dio, ma che ancora la vediamo da qui. Noi non abbiamo detto addio a Madre Teresa. Come non abbiamo detto addio a san Francesco. Come non abbiamo detto addio a Giovanni Paolo II.
Non le abbiamo detto addio perché non stiamo a guardare, a contemplare quel suo volto rugoso, lassù nel cielo di Dio. Noi, quasi in attesa… Perché anche a noi, creature segnate dalla debolezza del peccato, con la povertà delle nostre anime, è dato aspirare al cielo.
In fondo, con la fede in Cristo tutti siamo creature che dalla terra stanno a guardare il cielo. Siamo un po’ come gli apostoli e i discepoli del Signore, che stavano incantati con gli occhi in alto, il giorno dell’Ascensione di Gesù sul colle fuori Gerusalemme: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At. 1, 11).
Guardiamo il cielo, perché là è la nostra casa futura, l’immensa casa che, già colma prima dei secoli della carità di Dio e di voli di angeli, ha cominciato nel tempo anche a riempirsi di antichi patriarchi, di martiri e di dottori, di vergini e di spose, di papi e di vescovi, di ricchi e di poveri, di bambini e di anziani, di mamme e di papà. Ma anche di peccatori e di peccatrici tirati su dalla grande misericordia di Dio. Lì è arrivato san Francesco, lì è arrivato Giovanni Paolo II, lì è arrivata la persona più cara della mia vita, lì sono arrivati anche tanti amici che, piano piano, uno ad uno, se ne sono andati da questa nostra casa terrena per trasferirsi in quella immensa casa fuori del tempo.
E, tuttavia, nella mia debolezza di creatura terrena, forse non ho questo acuto desiderio di trasferirmi in cielo. Sono uno che ha bisogno di essere lavato dal perdono di Dio, perché nel mio cammino consueto di tutti i giorni, continuo di più a guardare la terra.
Ma è proprio dalla misericordia del mio Signore che mi viene questo sentire, per cui, quando passerà “sorella morte”, anch’io, anche noi, come Madre Teresa, finiremo felicemente per scivolare in Dio.
Così anche noi, quando saremo lassù, senza aver mai meritato aureole dorate e senza avere statue sugli altari quaggiù in terra, peccatori rifatti innocenti, vecchi rifatti bambini, staremo in compagnia di tutti i grandi santi senza vergognarci.
Tutti a gridare e cantare con Madre Teresa, con Giovanni Paolo II, con padre Pio, con le persone più care della nostra vita: “Dio è bello”.

 

U.D.CC.SS.

 

 
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S. Giuseppe Lavoratore
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